Cloud computing, la «nuvola» reinventa computer e informatica (Sole 24 Ore)

Cloud computing. Amazon Aws, Microsoft e Google poco alla volta stanno rivoluzionando il business. Paradigmi e algoritmi nati negli anni Cinquanta lasciano il posto a una nuova matematica orientata al business

Stanno reinventando l’informatica. Tutto per il cloud. Un pezzettino alla volta, quello che è stato costruito da generazioni di programmatori a partire dagli anni Cinquanta, coni primi algoritmi, i sistemi e applicativi pensati non per la ricerca scientifica ma per la business logic, per le applicazioni di lavoro, viene ripensato e ridisegnato. In un altro modo. È un’altra informatica, che utilizza linguaggi differenti, algoritmi ed astrazioni diverse, strutture dati e modelli di esecuzione innovativi.

«Il computer – spiega Holly Mesrobian, a capo di AWS Lambda – è una macchina capace di fare qualsiasi cosa venga programmata per fare. Quello che stiamo cambiando sono i paradigmi con cui lavora, è come se imparasse una lingua e un modo di pensare diversi». A Las Vegas una folla di più di 5omila tra programmatori, tecnici, ma anche analisti, dirigenti, quadri d’azienda, è stata chiamata a raccolta da AWS, l’entità separata (ci tengono tantissimo a sottolinearlo) di Amazon per il cloud, all’inizio di dicembre. Amazon Web Services. La creatura che è nata per rispondere a un bisogno della casa madre, cioè avere a disposizione risorse IT per far funzionare il suo negozio online, è diventata nel tempo il primo e ancora oggi il più grande fornitore di cloud computing, cioè di dotazioni informatiche via rete con un modello “as a service”.

L’opportunità dietro a tutto questo non è soltanto creare decine e decine di nuove soluzioni (per quanto Amazon e i suoi concorrenti Microsoft e Google stiano facendo anche questo), bensì ripensare le tecnologie di base. Con buona pace degli standard e di interi settori dominati da incumbent, come Oracle nel campo dei database e Sap in quello dei gestionali. Le conseguenze sono radicali. «Facciamo tutto nel cloud – spiega Ethan Kaplan, responsabile prodotti di Fender Digital, divisione hitech del produttore americano sinonimo di musica – dalla progettazione alla pianificazione e produzione, alla distribuzione dei contenuti a valore aggiunto come i nostri nuovi corsi online. Solo per i corsi eroghiamo 750 terabyte di video con 4,9 milioni di lezioni viste. Siamo totalmente serverless, compriamo anche gli snack su Amazon».

Steve Jobs in uno dei suoi famosi keynote aveva definito il cloud non un’astratta nuvola ma “il computer di qualcun altro”. E certamente lo è. Ma è anche molto di più. È diventato il servizio capace di erogare nuovi modelli di business. Astraendo completamente dal sottostante piano tecnologico. Tanto che la prima modalità di aggregazione della potenza di calcolo e di archiviazione, basata sulla virtualizzazione (una tecnologia sviluppata dagli anni sessanta), è andata pian piano cambiando, con sistemi sempre più sofisticati, sino agli attuali sciami di container logici. E questo ha creato un problema. È quello della crescente complessità dell’offerta tecnologica. Per superarla, non esiste una sola risposta. «Ci sono tecnologie che non scalano alla dimensione del cloud. Per questo le stiamo reinventando», dice il Ceo di AWS, Andy Jassy.

Lo stesso ragionamento viene fatto più o meno anche da Microsoft e poi Google. La vera competizione infatti è con i software e servizi tradizionali per le imprese: gestionali, database, pianificazione risorse, produttività. Nella nuvola però non c’è una risposta unica. I cloud oggi vengono in svariati sapori e tipologie, permettendo di utilizzare servizi diversi: infrastruttura, piattaforme, software, nella versione più semplice. In realtà dietro ci sono centinaia e adesso migliaia di possibili servizi che le aziende possono scegliere. Tipi diversi di storage, di connettività, di machine learning, di big data. Un caos, ma c’è chi si fida.

«La nostra assicurazione – dice Dean del Vecchio, CIO della britannica Guardian – ha 158 anni, 7i miliardi di asset, 26 milioni di polizze. Quest’anno abbiamo spento il nostro ultimo datacenter e siamo solo nel cloud. Siamo liberi di innovare». Il rischio di tante opzioni non è solo quello di sbagliare tipologia di offerta, (o modello di costo, perché la velocità con cui la bolletta del cloud può scalare è rapidissima) ma anche quello dell’effetto silos dal quale l’informatica per le aziende si pensava fosse definitivamente uscita.

Invece, a seconda di quali tecnologie si scelgono per i proprio cloud, quali garanzie ci sono che poi i dati saranno trasferibili? E a quale costo? Ma c’è soprattutto una domanda aperta: chi controlla l’evoluzione dei sistemi? Perché da questo dipende la pianificazione delle competenze, cioè delle persone interne, necessarie a curare i dati dell’azienda, che nelle aziende moderne devono essere immaginate per il medio-lungo periodo. Oggi però, nel magmatico cambiamento in corso, è diventato di fatto impossibile. Ed è un problema aperto.

Fonte: Antonio Dini – Il Sole 24 Ore