I-Com, nella «nuvola» c’è un tesoro: «Dal cloud 80 miliardi di valore»

Il rapporto di I-Com: oltre ai vantaggi per le imprese anche la PA ne guadagnerebbe in produttività

Se tutte le imprese del Nordest, di qualunque settore, grandi e piccole, decidessero di cavalcare la rivoluzione digitale e in particolare scegliessero di investire in tecnologie cloud, si genererebbe un giro d’affari addizionale di 8o miliardi. Per la precisione, 55 miliardi in Veneto, 13 in Trentino Alto Adige e 12 in Friuli Venezia Giulia. Ma ci si potrebbe accontentare anche di meno. Perché se il numero di imprese decise a puntare sul cloud aumentasse semplicemente del 10% si otterrebbe un incremento di valore aggiunto di 3,8 miliardi, di cui 2,7 nel solo Veneto, corrispondenti all’1,7 del Pil regionale. Non basta.

Passando alla pubblica amministrazione, un incremento nell’adozione del cloud del 10% produrrebbe nel Triveneto risparmi per 210 milioni, di cui 23 riguardanti la riduzione di spese di energia e ben 187 sotto forma di maggiore produttività (88 milioni per i Comuni, 99 a livello di enti regionali). Una spinta decisiva in chiave antiburocrazia. La posta in gioco è altissima. Cifre enormi in anni di crescita (nella migliore delle ipotesi) dello zero virgola.

Bene, questo tesoro è il primo e più eclatante dato che emerge dal rapporto «Digital Impact: gli effetti della trasformazione digitale sulle imprese e la pubblica amministrazione del Nordest», condotto da I-Com (Istituto per la competitività) in collaborazione con Open Gate Italia e Amazon Web Services. Uno studio dove i numeri parlano chiaro, ma che si spinge oltre. Dai grafici e dalle tabelle, dai confronti nazionali e internazionali, emerge un’indicazione di rotta, se non addirittura di modello di sviluppo: per il Nordest che vuole continuare a misurarsi con la Baviera e con le aree più sviluppate d’Europa, lo switch tecnologico non è un’opzione bensì una necessità. Anzi, un’urgenza.

«Nella nostra analisi abbiamo messo attenzione specialmente sugli effetti del cloud computing» spiega Stefano Da Empoli, economista dell’università Roma Tre, nonché presidente di I-Com. «II motivo è evidente: il cloud è la principale piattaforma abilitante della digital transformation e consente l’utilizzo di tutti i servizi dell’Industria 4.0, compresi quelli più avanzati come Big Data, intelligenza artificiale, Internet of Things. L’avvento del 5G ne segnerà la consacrazione. Insomma, è una tecnologia sempre più centrale per il sistema delle imprese. Stesso discorso per quanto concerne la pubblica amministrazione, che ha assoluto bisogno di un salto di qualità in termini di efficienza».

Proprio così. I vantaggi del cloud si presentano principalmente su due fronti: diminuzione dei costi e aumento della flessibilità. Non è necessario destinare risorse per racquisto e l’implementazione delle infrastrutture informatiche e in pratica si pagano solamente i servizi che si usano. Nello stesso tempo non occorre prevedere in anticipo le necessità future, magari legate alla crescita aziendale o all’internazionalizzazione, ma tutto è modulabile, semplice, immediatamente disponibile. Senza contare che il cloud è uno straordinario motore di crescita delle aziende. Quelle che ne fanno uso mostrano una probabilità superiore di fare ricavi aggiuntivi, nell’ordine medio del 26%.

Perfetto. Senonché le aziende italiane che nel 2018 hanno acquistato servizi di cloud computing sono meno del 20% (19,8% per la precisione), con una forbice estremamente ampia tra grandi e piccole imprese. Conforta vedere che al primo posto nella classifica regionale figura il Friuli Venezia Giulia, dove il tasso di adozione è del 30,1%. Anche Veneto (quinto, 24,6%) e Trentino Alto Adige (settimo, 23,6%) si posizionano sopra la media nazionale. Rimane il punto chiave: la strada per catturare quegli 8o miliardi di maggiori ricavi potenziali è ancora molto lunga. Se è vero che anche (o soprattutto) i piccoli imprenditori nordestini, dopo tutti i convegni e il gran discutere di Industria 4.0, hanno capito l’importanza dell’hi-tech come principale «fattore critico di successo», beh, è il momento di passare dalle parole ai fatti.

Cammino lungo e periglioso pure per quanto riguarda la pubblica amministrazione, alla faccia dei (tanti) buoni propositi inseriti nell’Agenda digitale. Appena il 33,9% dei Comuni consentono di avviare e concludere una pratica interamente online. E di nuovo consola fino a un certo punto osservare il buon piazzamento del Nordest: il Veneto è in prima posizione con il 56,5% dei Comuni che offrono questa opportunità a cittadini e imprese, il Trentino è terzo (47,7% dei Comuni), il Friuli è più indietro ma comunque sopra la media italiana (37,1%). La penetrazione del cloud risulta però modesta: solo tre regioni, Valle d’Aosta, Emilia Romagna e Veneto, presentano una diffusione superiore al 40%, mentre la media nazionale si attesta al 25,3%. Per non schiacciare il tasto dolente della formazione. Trentino, Friuli, Emilia Romagna e Veneto sono al vertice nell’organizzazione di corsi Ict a livello comunale. Peccato che il personale coinvolto difficilmente superi il 10% del totale.

Che fare, dunque, per accelerare la transizione al digitale e in particolare al cloud? «Bisogna intercettare le esigenze degli imprenditori, parlare il loro stesso linguaggio» sostiene Raffaele Resta, responsabile per il public sector Italia di Amazon Web Services. «Oggi è possibile modellare un vestito digitale su misura per ogni azienda. Il cloud, poi, sembra creato apposta per le piccole imprese del Nordest: una tecnologia flessibile e accessibile. Amazon Web Services ci crede e non a caso ha deciso di investire forte in Italia. Quanto alla formazione, non ci sono dubbi: è una sorta di prerequisito per fare crescere la cultura digitale nel Paese. Noi mettiamo a disposizione progetti di formazione e certificazione per aziende, organizzazioni della pubblica amministrazione, partner tecnologici. E abbiamo lanciato il programma AWS Educate, al quale teniamo molto, riservato a studenti e insegnanti». Messaggio forte e chiaro: il problema non è di costi, ma di cultura.

Sandro Mangiaterra – Corriere Imprese