L’ABC del Cloud ibrido

Quali sono i pregi e i difetti del cloud ibrido? E quali sono i costi di una delle tecnologie trainanti della trasformazione digitale? La prima cosa da fare, nell’approccio al cloud, scrive Donato Corvi su 01net.it, è individuare la declinazione più congeniale alla propria realtà aziendale.

Ma partiamo da cosa è il cloud ibrido: si tratta di una soluzione che unisce un cloud privato con uno, o anche diversi, servizi cloud pubblici attraverso software proprietari che consentono la comunicazione tra i differenti servizi. I servizi cloud ibridi offrono alle aziende un maggiore controllo sui propri dati privati: si può infatti archiviare dati sensibili su un cloud privato o un datacenter locale, e contemporaneamente sfruttare le risorse di computing avanzato di un cloud pubblico, che permette di accedere a risorse ben superiori. A differenza di una strategia multi-cloud in cui gli amministratori devono gestire separatamente ciascun ambiente, un cloud ibrido si basa su un singolo piano di gestione. Un vantaggio per chi non può contare su un team IT interno specializzato. Alla gestione individuale degli ambienti cloud, ricorda Corvi, è preferibile una gestione uniforme delle risorse cloud pubbliche e private, poiché si riduce la probabilità di ridondanza dei processi. Se ogni soluzione non è completamente ottimizzata per funzionare con le altre, gli ambienti gestiti separatamente aumentano il rischio di falle nella sicurezza.

La corretta applicazione delle best practice per l’architettura ibrida riducono notevolmente i rischi per la sicurezza, limitando inoltre l’esposizione dei dati privati sul cloud pubblico. A livello architetturale, l’infrastruttura cloud ibrida in genere comprende un’infrastruttura pubblica come Infrastructure as a Service (IaaS), un cloud privato (oppure un datacenter) e l’accesso a una rete sicura. Per questa ragione, quasi tutti i  modelli ibridi sfruttano reti LAN e WAN.

Non di rado le aziende che scelgono una strategia ibrida iniziano con una soluzione IaaS ed estendono le funzionalità al cloud privato. Per meglio sfruttare questa strategia, è molto importante che i cloud pubblici e privati ​​siano compatibili tra loro in modo che possano comunicare. In molti casi, il cloud privato è realizzato per essere compatibile con la soluzione pubblica.

I principali fornitori di soluzioni IaaS come Amazon, Google e Microsoft hanno largamente migliorato le modalità di connessione delle risorse locali delle aziende ai rispettivi cloud pubblici.

Riassumendo, un cloud ibrido offre un largo numero di opzioni in modo che i soggetti interessati possano scegliere l’ambiente che meglio si adatta ai singoli casi d’uso.

Gran parte delle aziende non ha un livello costante di esigenze di capacità computazionale. Non è infrequente che una attività vada incontro a periodi di picco produttivo o lavorativo. Ad esempio, durante il periodo di saldi o Black Friday, un e-commerce dovrà sostenere un numero di utenti e di transazioni certamente superiori rispetto al resto dell’anno.

Anziché pagare per tali risorse aggiuntive, che comunque rimarrebbero inattive per la maggior parte dell’anno, si può risparmiare sui costi estendendo le proprie risorse private a un cloud pubblico solo quando necessario.

Non solo. Il modello ibrido richiede molto meno spazio in locale rispetto a tradizionali scelte totalmente on premise. Un’azienda può quindi implementare una rete privata in locale per gestire le esigenze interne; quando le risorse di computing superano la disponibilità locale può ampliarle automaticamente con un cloud privato. Pensiamo alle start-up che non possono permettersi di investire in un enorme datacenter privato, o alle aziende affermate che hanno bisogno di adattarsi alle varie esigenze gestendo in maniera efficiente i costi. La minor spesa di manutenzione di server e (in generale) hardware on premise si somma, inoltre, al minor impatto della obsolescenza dei server stessi.

Il TCO (total cost of ownership) della parte computazionale posta sul cloud pubblico è infatti totalmente a carico del cloud provider stesso, e le organizzazioni dovranno provvedere solo alla parte residua. Anche la diminuzione dei consumi energetici apporterà benefici. Senza scordare che esiste sempre il rischio di un guasto hardware importante, che oltre a costituire un costo per le imprese, può anche incidere pesantemente sul bilancio aziendale. Non dimentichiamo poi che il vero danno causato da un fermo di un server on premise non è quello dato dalla sostituzione o riparazione dello stesso, ma l’interruzione della continuità aziendale.

E gli svantaggi? Anche se il software può rendere più facile la gestione di un cloud ibrido, il carico di lavoro è maggiore rispetto alle altre due alternative. Questo include anche la chiara definizione di quali attività devono essere memorizzate in quale parte del cloud. Il principale punto critico di un cloud ibrido però è il livello di sicurezza relativamente più basso. Questo è riconducibile al fatto che una soluzione ibrida non può essere intrinsecamente sicura come una tradizionale situazione on premise. Anche per questo è nata la Cloud Security Alliance.  

In Italia, la diffusione del cloud ibrido è orizzontale e va dal settore finanziario all’healthcare. Qualsiasi settore che possa avvantaggiarsi dalle applicazioni di cloud pubblico godrà anche di indubbi benefici anche dall’adozione di una strategia cloud ibrido. La scelta del partner a cui affidare la delicata operazione di intervenire sulla infrastruttura IT aziendale è però di estrema importanza. Non tutti, conclude Corvi, sono infatti in grado di cimentarsi con un compito ad alto tasso tecnologico, e la cui buona riuscita avrà un impatto decisamente profondo sul futuro della azienda.