Cloud PA, lo Stato e i privati. Analisi e critica ai piani del governo

Il progetto del ministro per l’Innovazione, la pentastellata Pisano, per un cloud nazionale. I modelli di riferimento. Le incognite. E le mire di Amazon, Ibm e Microsoft. Il Punto di Michele Arnese su Startmag

Sarà una joint venture tra lo Stato e i privati a gestire il cloud nazionale per i dati strategici della Pubblica amministrazione. Ne parla il ministro per l’Innovazione Paola Pisano, in un’intervista al Sole 24 Ore: si tratterà di un “soggetto europeo”, per evitare rischi geopolitici, e il partner, che avrà una quota di minoranza, sarà selezionato con una gara pubblica.

Ma che cosa significa “soggetto europeo” non è chiaro, secondo gli addetti ai lavori. Anche il riferimento al modello britannico (il Crown Hosting Data Center) indicato dal ministro pentastellato non è del tutto azzeccato perché quello evocato dall’ex assessore del comune di Torino è un modello utilizzato da Londra solo per la parte più sensibile dei dati.

“Si tratta – ha detto Pisano – di un modello già sperimentato con successo in Inghilterra. La soluzione che abbiamo in mente è un soggetto di mercato, auspicabilmente unico, che farà da Polo strategico nazionale. Il controllo sarà pubblico, ma con una quota di minoranza ci sarà un partner industriale o un pool di partner privati che verranno scelti con una procedura ad evidenza pubblica”.

Il Polo – ha aggiunto il ministro dell’Innovazione – si occuperà solo dei dati critici, quelli che rientrano nel perimetro di sicurezza nazionale, e comunque, per i diversi profili di competenza, sarà vigilato dalle varie Authority di regolamentazione esistenti. Dovrà sviluppare un vero modello di business per la gestione dei servizi in cloud, con una visione di lungo periodo. Ma gestirà anche una parte di infrastrutture e spazi fisici per lo storage”. Caratteristiche che non collimano con quelle dell’esperienza britannica.

Il Crown Hosting Data Center altro non è che un supporto alla migrazione dei dati della PA, ben diverso rispetto ai più avanzi concetti di “public cloud”, che forniscono l’accesso a servizi e tecnologie quali l’intelligenza artificiale, l’analisi dei Big Data, la blockchain, a imprese e pubbliche amministrazioni. Tecnologie su cui l’Europa ha ormai, purtroppo, perso la sua partita da anni, e anche laddove c’è una presenza europea – ad esempio sull’intelligenza artificiale (IA) – questa è in totale controllo della Francia.

Il Sole ha chiesto a Pisano: “Amazon, Ibm, Microsoft. Sono nomi di grandi operatori Usa che si fanno per questo progetto. Potrebbero essere coinvolti?” Risposta del ministro pentastellato (dalle non esaltanti performance nel comune di Torino): “Il Polo nazionale sarà un soggetto europeo selezionato con procedure a evidenza pubblica, dotato di adeguate capacità industriali. Ricordo che oggi solo per il 10% l’approvvigionamento di servizi sulla “nuvola” è garantito da fornitori Ue e questo ci espone a rischi geopolitici”.

I rischi geopolitici secondo il ministro M5s arrivano dai gruppi americani? Dunque Amazon, Google, Ibm e Microsoft saranno segati? Analisti e addetti ai lavori del settore sono meno assertivi del ministro anche perché i colossi Usa si stanno attrezzando da tempo per avere società controllate domiciliate e infrastrutture cloud nei Paesi dell’Unione europea così da concorrere a pieno titolo a gestire i cloud nazionali. E’ il caso di Google e anche di AWS (Amazon Web Services), che nei prossimi mesi aprirà una nuova “regione” nell’area di Milano, la sesta in Europa, una scelta a suo tempo molto apprezzata pubblicamente dall’allora ministro M5S dello Sviluppo economico Luigi Di Maio, ora agli Esteri.

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Pisano nell’intervista al quotidiano di Confindustria è andata oltre: “In modalità cloud vengono allocati servizi strategici della Pa, dalla difesa alla salute alle telecomunicazioni ai trasporti. Non possiamo permetterci che di fronte a eventuali tensioni con uno Stato extra Ue improvvisamente ci chiudano il rubinetto o si adottino ritorsioni attraverso politiche di pricing. Vorrei anche sottolineare che la nostra strategia non può prescindere da quella della Commissione Ue, al centro tra l’altro del piano presentato proprio oggi dalla presidente Ursula von der Leyen”. Ma la Commissione, in particolare il Commissario Thierry Breton, ha fatto riferimento solo a una possibile federazione di infrastrutture sul modello del progetto portato avanti da Francia e Germania denominato Gaia X. Progetto che – come scritto sul sito di Gaia X – però è assolutamente aperto a “partner extraeuropei, a condizione che condividano i valori e obiettivi, che sono sovranità e disponibilità dei dati”.

Anche sul “rubinetto” evocato da Pisano gli analisti del comparto sono perplessi, perché con questo approccio l’Italia si porrebbe di fronte al dilemma che ha portato la Cina alla decisione di sviluppare addirittura un proprio sistema operativo per ovviare al rischio. Il problema “rubinetto”, infatti, andrebbe nel caso posto anche in relazione ai telefonini (basati tutti su sistemi Ios di Apple o Android di Google) ed ai computer (si pensi ai pc con software Windows e Office di Microsoft, o ai Mac).

Ben diverso invece ragionare su un concetto di sovranità digitale che vada a vedere dove i dati nazionali siano immagazzinati e quale sia la giurisdizione sugli stessi. Emergono poi perplessità – nota una fonte che segue i progetti in cantiere – sull’allargamento del cosiddetto Perimetro di Sicurezza Nazionale anche ai servizi legati alle infrastrutture strategiche: siamo sicuri che Eni, Enel, Terna eccetera preferiscano utilizzare data center statali vedendosi limitate nell’access alle migliori tecnologie esistenti, considerando che debbono misurarsi sul mercato globale?, si dice tra l’altro in ambienti confindustriali.

Che fare quindi? Sì al sovranismo (digitale), visto il mutato scenario geopolitico internazionale che vede l’Europa e l’Italia nel mezzo di una guerra commerciale e tecnologica tra Usa e Cina, ma anche no ad un neo statalismo – molto diffuso in ambiente pentastellato – tecnologico che rischia di fare danni alle stesse imprese e impedire alle pubbliche amministrazioni di funzionare al meglio.