Werner Vogels (AWS): Sul cloud l’esperienza ha il suo peso

Werner Vogels, 58 anni, dal 2005 è chief technology officer del gruppo Amazon, leader mondiale nel cloud con Aws e nel commercio elettronico con 280 miliardi di dollari di fatturato nel 2019 e un valore di Borsa di 2 mila 600 miliardi circa. Olandese, una prima carriera come specialista di radiologia e diagnostica all’istituto dei tumori del suo Paese, Volgels è passato a studiare computer science in Portogallo e poi alla Cornell University, prima di approdare nel gruppo di Jeff Bezos 16 anni fa e dare vita al cloud. Di cui ora ha lanciato i primi centri in Italia.

Amazon Web Services, Aws, sta aprendo quella che voi chiamate una «regione» del cloud in Italia: tre data center nel nord del Paese. Cosa vi ha spinto a questo investimento?

«Una regione è fatta di diverse “zone di disponibilità” che possono avere vari data center. Queste zone devono essere indipendenti le une dalle altre, connessi a reti elettriche e di trasmissione dati diverse. I clienti possono essere certi che le loro applicazioni saranno sempre attive. Anche nei disastri più grandi, possono funzionare sempre».

Ma perché una «regione» in Italia?

«È per clienti che vogliono avere un accesso ai servizi con una latenza molto bassa, cioè in tempi ridottissimi. Poi ci sono quelli, per esempio nella sanità o nella finanza, che sono soggetti a vincoli regolatori per i quali a volte richiedono che i loro dati siano conservati all’interno del Paese. Per esempio Avio Aereo aveva bisogno della regione di Milano per applicazioni sottoposte al vincolo di residenza dei dati. Lo stesso vale per Banca Progetto, che prevede di far migrare carichi di lavoro attuali e produzioni future sulla regione. Poi ci sono clienti, anche esteri, per cui è più facile collocare servizi e applicazioni il più vicino possibile ai clienti italiani».

Perché la bassa latenza è così importante?

«Prenda l’ecommerce. Ridurre la latenza delle pagine web migliora la conversione. Prima le pagine si aprono per il cliente, più rapidamente quello potrà svolgere il processo che aveva in mente. La bassa latenza è utile in qualunque transazione, qualunque attività in cui il fattore tempo conti. Con il miglioramento dell’infrastruttura fissa, specialmente con l’arrivo del 5G, improvvisamente la latenza diventa un concetto sempre più importante. Se perdi dei millisecondi perché dipendi da un data center collocato magari in Islanda, quel ritardo uccide gran parte del vantaggio di avere il 5G».

Lei dice che l’ecommerce trae vantaggio dall’avere il cloud vicino. È così anche per le transazioni finanziarie?

«Oh, certo. Il trading e anche i giochi online traggono vantaggi da una latenza più bassa».

Dunque si può immaginare che se un data center è a Milano, per un’azienda c’è più valore nell’operare da Milano che da Palermo?

«Anche se noi non riveliamo dove sono i nostri data center, ho citato Milano per intendere un’area più ampia. Ma certo, è assolutamente vantaggioso che i data center siano in Italia. Richiede investimenti sostanziali da parte nostra e non lo faremmo se non pensassimo che ciò ci permetterà di servire i nostri clienti italiani sempre meglio. Enel ha spostato su cloud una parte significativa delle proprie operazioni. E tanti clienti stanno avendo un accesso senza precedenti ai loro servizi attraverso di noi. Nielsen dice che Netflix ha avuto un aumento del 40% dei contatti giornalieri. Lo stesso vale per call center, lavoro a distanza, telecomunicazioni, telemedicina e altre attività cresciute moltissimo con la pandemia. Poi ci sono i meno fortunati, di questi tempi. Tui, il gruppo del turismo, aveva già deciso di spostarsi su Aws ma con la pandemia ha accelerato e ha potuto dimezzare i costi digitali».

Perché mantenete la confidenzialità sull’ubicazione dei data center?

«Prendiamo la sicurezza molto sul serio, è la priorità numero uno: da quella fisica a quella dei servizi che usano machine learning e intelligenza artificiale per i nostri clienti. Abbiamo bisogno di livelli di protezione molto alti, al punto che gli operatori che lavorano lì sono gli unici a conoscere i dettagli dell’ubicazione dei centri».

Da cosa cercate di proteggere il cloud?

«Ci sono sempre più attori malevoli nel mondo e per loro i servizi digitali sono sempre più interessanti. Negli ultimi due o tre anni la sicurezza è divenuta prioritaria per le imprese. Alcune non potrebbero permettersela da soli al livello in cui la forniamo noi».

Può fare degli esempi di servizi digitali basati sul vostro cloud che sono cresciuti nella pandemia?

«Certo: tutto il settore del video-streaming sta veramente accelerando. Spesso diamo anche crediti gratis a nuove imprese o organizzazioni di ricerca, per esempio nel machine learning o nell’imaging a alta definizione. E in Italia durante il lockdown un gruppo di studenti del Politecnico ha inventato FilaIndiana, un’app che aiuta le persone a capire in quali supermarket ci sono file e in quali no. Quei ragazzi non sapevano niente di Aws all’inizio, poi hanno deciso di usare i nostro servizi cloud. Grazie alla facilità e velocità di sviluppo che hanno trovato, nei primi due giorni hanno raccolto mezzo milione di utilizzatori e un milione nel giro di una settimana».

Avete accesso ai dati dei clienti per utilizzarli?

«No, sono dati che appartengono a loro. Noi non abbiamo accesso, a meno che non ce lo chiedano. Neanche ai dati in blocco, anonimizzati. Non li usiamo, non facciamo niente con i dati dei clienti, a parte garantire che siano protetti. Offriamo comunque dei servizi per i quali i clienti possono concedere l’accesso ai dati per varie ragioni. Per esempio, nel campo della sicurezza quando i clienti vogliono analizzare i dati che hanno e comprendere l’informazione che contengono».

Lei dice che il cloud di Amazon fornisce vantaggi all’ecommerce. Ma Amazon è leader sia nel cloud con Aws, con quasi metà del mercato mondiale, che nell’ecommerce. E le due parti si aiutano a vicenda, creando preoccupazione per questa concentrazione di potere di mercato. Ci pensate mai, quando aprite nuovi data center come adesso in Italia?

«Aws tratta Amazon come il rivenditore al dettaglio o Amazon Prime Video come fossero clienti normali. Non sono trattati meglio di Netflix o meglio del gruppo di ecommerce Zalando, sarebbe la fine per il nostro business di offerta cloud. Il fatturato complessivo delle tecnologie dell’informazione è di circa cinquemila miliardi di dollari l’anno nel mondo. Noi siamo solo una parte molto, molto piccola del totale. C’è un gruppo di aziende che hanno avuto molto successo nello spazio del cloud a livello globale, ma questo non è un mercato dove chi vince si prende tutto. Ci sarà sempre un novero di offerte di fornitori diversi e avranno tutti successo. Noi di Aws abbiamo un’offerta davvero unica per come interagiamo con i nostri clienti e per come loro riescono a sviluppare i propri servizi. Ma una parte della spiegazione è che siamo partiti un bel po’ di anni prima di chiunque altro e poi siamo riusciti ad accelerare. Non esiste al mondo un algoritmo di compressione dell’esperienza e molti servizi su scala globale è possibile offrirli solo se sei grande».

Ma perché il cloud è un mercato così concentrato, con quattro attori (voi, Microsoft, Google e Alibaba) che lo controllano quasi per intero?

«In primo luogo, gestire tutto questo su scala globale richiede conoscenze tecniche importanti. Se guardiamo indietro ai servizi che costruimmo all’inizio, nel 2006, erano completamente diversi. I servizi di archiviazione dei dati non si sono mai interrotti, ma dietro le quinte c’è sempre stata evoluzione: le dimensione sono salite enormemente e i clienti in ogni Paese hanno esigenze particolari. Ciò richiede investimenti importanti. Quel che abbiamo fatto in Italia non è certo un investimento a basso costo».

Dunque la concentrazione degli attori nel cloud ha ragioni tecnologiche, perché bisogna essere molto grandi per stare su questo mercato?

«Anche l’esperienza conta. La regione di Milano è la 24 esima che lanciamo nel mondo. Ma nel tempo potremmo vedere più protagonisti in questo mercato, perché le opportunità sul cloud sono troppo grandi perché solo un pugno di aziende abbia successo».

Fonte: Federico Fubini, Corriere della Sera