Silvia Candiani, Microsoft: Cloud, rifuggire dalla tentazione statalista

L’ad di Microsoft Italia: «L’innovazione chiede un ecosistema aperto, non si fa per decreto. Possiamo contribuire a formare nuove competenze, per creare vera occupazione» 

Silvia Candiani, da quasi tre anni amministratore delegato di Microsoft Italia, vede nella transizione digitale finanziata dal Recovery Fund europeo un possibile punto di svolta per l’Italia. In questa intervista spiega perché. 

Si parla molto di aggregare i dati della pubblica amministrazione su cloud, ma non è chiaro se alla fine il governo si rivolgerà a vol fornitori privati o a una società pubblica come Sogei. Che ne pensa? 

«Sogei è un partner credibile, ma le dimensioni dell’opportunità è tale da richiedere il contributo di tutti. Anche il nostro. Noi siamo disponibili a collaborare con il settore pubblico e lo facciamo con tanti enti, scuole e istituzioni per dare un contributo innovativo perla crescita del Paese. Bisogna capirsi su quale sia il ruolo dello Stato: deve governare i processi, dare la visione sull’innovazione o esserne un attore in primis? L’innovazione solo di Stato non l’ho mai vista…». 

Il discrimine è tra lo Stato regolatore o protagonista?

«Esatto: è una discussione aperta su tanti fronti diversi. C’è un grande bisogno di visione, di direzione e governance per far sì che gli sforzi di tutti abbiano il massimo impatto. Vedo il ruolo dello Stato come regolatore e orchestratore. L’obiettivo è attrarre investimenti dall’estero e stimolare il mercato ad accelerarli». 

Pensa che la struttura di missione per il Recovery Plan che il governo sta lanciando dovrebbe aprirsi a componenti o suggerimenti del settore privato?

«Assolutamente sì. Bisognerà convertire idee e priorità in piani operativi di investimento. E questi devono essere condivisi anche dai privati, perché questo è un piano per il Paese che, immagino, sarà portato avanti sia dal pubblico che dal privato, no? Uno dei temi chiave è quello delle competenze digitali . E noi di Microsoft ci siamo già impegnati a formare un milione e mezzo di persone su competenze digitali nei prossimi 3 anni». 

Un progetto del genere potrebbe entrare nel Recovery Plan? 

«Non spetta a me decidere. Dico solo che già prima del Covid c’erano 15o mila posti vacanti in Italia nel settore dell’Information Technology perché mancavano le competenze adatte. E ciò nel Paese della disoccupazione giovanile e dell’emigrazione verso l’estero. Queste sono le stesse competenze tecniche che vanno a sostenere, per esempio, il settore manifatturiero, perché ormai il digitale funziona a supporto di ogni processo di business. In futuro il numero dei posti vacanti nelle crescerà ancora e intanto in autunno avremo un problema di disoccupazione. Dunque creare competenze digitali sia fra gli studenti che fra le persone da riformare diventa una priorità. In questo Microsoft può contribuire mettendo a disposizione persone e contenuti per la formazione. Questi ultimi sono gratis, sono in rete: possono essere messi a sistema». 

Quali altri settori di digitalizzazione vede per il Recovery Plan? 

«Si può pensare a un aggiornamento di Industria 4.o: non solo sui macchinari, anche sull’uso dei dati e perla trasformazione digitale. Mostrare alle piccole e medie imprese come si apre uno store online, per esempio, perché oggi se non lo fai non sopravvivi. Dobbiamo individuare gli investimenti che hanno il maggiore effetto leva, in modo che mettendo uno, si possa avere dieci. Abbiamo visto grazie a uno studio del Politecnico di Milano che il nostro investimento da 1,5 miliardi può avere un impatto moltiplicatore con ricadute da nove miliardi sulla crescita del fatturato italiano». 

Parla dei data center? 

«Sì. Di quelli e delle competenze, perché stimoliamo l’ecosistema intorno alla tecnologia: per esempio chi scrive le applicazioni e la catena del valore successiva. Per dare un’idea: noi di Microsoft siamo un po’ meno di un migliaio in Italia, ma sull’ecosistema Microsoft nel Paese ci sono 300mila persone in 10mila aziende che lavorano e innovano con le imprese tutti i giorni». 

Vi candidate a gestire i dati della pubblica amministrazione che il governo vuole spostare su cloud? 

«L’innovazione richiede un ecosistema aperto. C’è bisogno di imprenditorialità perché l’innovazione non si fa per decreto. Il compito dello Stato è creare le regole di mercato e favorire un ambiente fertile per l’innovazione. In questo il Decreto Semplificazione è un po’ nebuloso, non è ancora chiarissimo quale sarà l’approccio scelto. Comunque c’è una strategia nazionale dichiarata per l’amministrazione pubblica di andare verso il cloud, con tutte le garanzie e certificazioni del caso».

Perché il settore pubblico dovrebbe affidarsi a un fornitore privato di servizi cloud? 

«Credo si debba rifuggire dalla tentazione statalista di fare tutto in casa quando ci sono già dei fornitori privati specializzati in grado di fornire queste infrastrutture a costi competitivi. È un po’ come la fornitura dell’energia elettrica, bisogna scegliere la migliore e al costo più conveniente. Sono almeno dieci anni che investiamo 25 miliardi all’anno in ricerca e sviluppo per il cloud ed è una ricchezza che mettiamo a disposizione di organizzazioni e aziende per innovare a loro volta. Poi sulla base di questo si possono creare nuovi servizi, anche pubblici, come la telemedicina per esempio. Avere il cloud nella sanità significa avere accessi sempre disponibili, poter imparare dai dati, capire in anticipo dove ci può essere possibili focolai di nuovi contagi». 

Dunque parteciperete alle gare Consip per servizi cloud alla pubblica amministrazione? 

«Siamo già un partner certificato dello Stato con i nostri servizi di base. A breve dovrebbero partire una o più gare per la fornitura di servizi cloud e gestione di data center. Noi parteciperemo con dei partner. Immagino che sarà una gara affollata e forse non l’ultima. Oggi in Italia ci sono ottomila data center della pubblica amministrazione, un quadro piuttosto dispersivo. E nell’ultimo sondaggio su mille solo sessantadue sono risultati a norma sulla sicurezza. Si parla della sicurezza del cloud ma trovo che il tema si ponga soprattutto nei piccoli data center di vecchia generazione. Per non parlare del potenziale risparmio che il cloud permette». 

Il supervisore europeo ha però messo sotto accusa l’accordo con cui Microsoft fornisce i suoi servizi alle istituzioni europee. Dice che mancano garanzie che i dati vengano trattati in maniera legale e che sono stati esportati fuori dell’Unione europea. 

«Noi abbiamo un contratto con l’Unione europea, inclusi Parlamento e Bce, e penso sia evidente che la scelta sia stata molto oculata e ponderata. Abbiamo adottato per primi tra i cloud provider il Regolamento generale europeo sulla protezione dei dati (Gdpr) e continuiamo ad adattare i nostri contratti anche sulla base dei feedback e le sensibilità che si modificano nel tempo. Al Supervisore europeo dico che siamo in regola con il Gdpr e rispetto ai punti sollevati sul contratto del 2ar8, molti li abbiamo già accolti nel contratto attuale sulla gestione dei dati. Da parte nostra c’è grandissima trasparenza su come vengono gestiti tutti i dati e ne diamo evidenza ai regolatori». 

C’è il rischio che i dati dello Stato vadano persi che un data center in un incidente o in un attacco? 

«No e questo è uno dei punti di forza di Microsoft, che vanta un numero di regioni cloud superiore a qualsiasi altro provider, 58 regioni Microsoft Azure annunciate e 52 disponibili. C’è sempre un aggiornamento dinamico e noi abbiamo strategie di recupero in caso di disastri tali da garantire una disponibilità continua del 99,999 dei contenuti archiviati». 

Slack vi accusa all’antitrust Ue di vendere i vostri servizi in blocco. In pratica, chi vuole il vostro sistema operativo Office 365 deve per forza prendere Teams per le videoconferenze e chi prende Teams deve per forza andare su Microsoft Azure come cloud. Così tagliate fuori i concorrenti? 

«No. Sono tecnologie diverse che si possono usare singolarmente, non c’è nessun obbligo di uso congiunto. Vorrei anche ricordare che il nostro cloud è un volano di crescita per le centinaia di migliaia di applicazioni specializzate di partner piccoli e grandi sul nostro marketplace tra cui ci sono tante aziende italiane».

Fonte: Federico Fubini, Corriere della Sera Economia