Rete unica, le scelte del Governo e l’errore sul cloud

Il 28 ottobre 1925, l’allora Presidente del Consiglio dei Ministri e de facto dittatore (solo dal dicembre dello stesso anno acquisì il titolo di capo del Governo Primo Ministro Segretario di Stato) Benito Mussolini intervenne in Parlamento per recitare il discorso per il terzo anniversario della marcia su Roma. Un discorso focalizzato sulla complessità della realtà sociale, a cui però il fascismo diede una risposta rivelatasi – inevitabilmente – del tutto inadeguata attraverso la famosa formula: tutto nello Stato, niente al di fuori dello Stato, nulla contro lo Stato. Purtroppo tale formula sembra sia ancora valida al giorno d’oggi pur se non nella maniera plateale e cruda, oltre che antidemocratica, dei tempi del fascismo.

Neo-statalismo ideologico e sovranismo pragmatico

Una formula che oggi trova supporto intellettuale ad ogni livello in Italia: da economisti come Mariana Mazzucato, consulente del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte e predicatrice dello Stato innovatore, a giuristi come Fabio Bassan, e tanti altri (molti li si possono rintracciare in questo appello anti-MES). La cosa che però più sorprende è che, a livello politico, oltre che dal Movimento 5 Stelle – vero campione nazionale dello Stato burocratico-assistenziale – certe spinte arrivino dal mondo legato al Partito Democratico. Una ventata neo-statalista e anti-americana (oltre che pro-Cina) infatti diversa da quella sovranista incarnata politicamente da Fratelli d’Italia e Lega, e intellettualmente da maître à penser come il sen. Alberto Bagnai, lo storico Marco Gervasoni o anche l’economista Marco Lombardi ad esempio – solo per nominarne alcuni – che hanno un approccio sì orientato al take back control nell’ottica della risposta alle istanze dei cittadini, ma certamente più pragmatico. Pragmatismo ancor più necessario quando al centro del contendere c’è la tecnologia.

Telenovela rete unica

In questi giorni infatti è in corso di soluzione una telenovela che si prolungava da mesi sul tema della cosiddetta rete unica. E’ stato infatti firmato dal Governo, insieme a Cassa Depositi e Prestiti (CDP) e TIM, un protocollo d’intesa che andrà ad innestarsi sulla nascita di FiberCop la società della rete secondaria del gruppo telefonico. Si tratta del cavo di rame che dagli armadietti stradali arriva alle abitazioni. FiberCop, secondo i piano è destinata a diventare la scatola in cui confluirà tutto il sistema a fibra ottica italiana. Prima attraverso la fusione con Oper Fiber di Enel e il successivo conferimento della rimanente rete Tim, cui potrebbero contribuire altri operatori (Fastweb e Tiscali ci sono già).

Un’operazione di cui si parla da anni, mirata a garantire una connessione di alto livello a tutto il Paese attraverso una rete “neutrale” controllata da CDP sul modello di quella elettrica con Terna. Anche se il ruolo di Tim sembra comunque sovraordinato, e i maligni dicono che l’obiettivo reale è salvaguardare l’occupazione della società, oberata da 23,8 miliardi di debiti (quanti finiranno a carico dei cittadini?), e dare la possibilità di fare tante nomine (c’è già la corsa ai ruoli nella futura società) e assunzioni senza problemi.

La società delle reti e delle tecnologie (a 5 Stelle)

Il problema che sta però iniziando ad emergere è un altro. Il nuovo soggetto non sembra infatti destinato a gestirà solo la rete fissa, ma anche altro, col rischio di snaturare il progetto di una società “non verticalmente integrata”, condizione base posta in passato da AGCom e Antitrust italiane e UE (e il rischio regolatorio di tutta l’operazione appare enorme), per dare il via libera ad un progetto del genere. Il Ministro dello Sviluppo Economico Stefano Patuanelli, in un’intervista pubblicata oggi dal Sole 24 Ore, ha infatti dichiarato:

La nostra idea non è avere solo una società della fibra, ma una società delle reti e delle tecnologie, quindi con la tecnologia mobile 5G, con i data center e i server di prossimità perché è nostro dovere garantire anche la sicurezza della gestione dei dati pubblici che viaggiano su queste infrastrutture“.

Quindi non solo “rete unica”, ma anche tecnologia mobile 5g (con l’aiuto dei cinesi di Huawei?) e cloud (rigorosamente non americano?). Un’ipotesi su cui da tempo sta lavorando il Ministro dell’Innovazione Paola Pisano, che lo ha inserito nel recente Decreto Semplificazioni in corso di conversione in Parlamento, e che, dopo il recente intervento di Beppe Grillo sul suo blog, sta ora iniziando a diventare realtà, almeno sulla carta.

“Cloud nazionale” e “public cloud”

Sulla carta in quanto chi sta puntando sull’idea di un “cloud nazionale” – un unicum a livello mondiale, nemmeno in Cina si è arrivati a tanto – appare chiaro non avere idea di cosa sia davvero la tecnologia cloud ai nostri giorni. Del resto basta interloquire con alcuni decisori pubblici sul tema per scoprire come quasi tutti pensino che la tecnologia cloud non sia altro che mettere insieme una mega storage, un enorme iCloud o Dropbox, dove immagazzinare tutti i dati delle PA, senza alcun criterio di classificazione (in Senato c’è al riguardo un emendamento presentato da Fratelli d’Italia al decreto Semplificazione su cui, peraltro, il Governo ha dato parere negativo ed è poi stato respinto ieri in 1° Commissione), e magari delle partecipate.

Peccato che ciò che distingue la il “public cloud” da certi progetti raffazzonati (di cui non è dato conoscere né il contenuto né l’autore) siano proprio l’elasticità, la scalabilità, l’affidabilità, il controllo e la riduzione dei costi, accoppiate a tecnologie avanzate ad enorme valore aggiunto quali intelligenza artificiale, machine learning, big data analytics, ecc.

A questo si aggiunge il tema sicurezza, centrale nella narrativa di chi parla di “cloud nazionale”. Quella sicurezza ai massimi livelli raggiunta dai cosiddetti hyperscalers (ad es. AWS, Google, Microsoft, Oracle), grazie anche ai miliardi investiti continuamente in ricerca e sviluppo ed alla disponibilità delle migliori competenze esistenti sul mercato mondiale. Livelli di sicurezza enormemente maggiori rispetto a quelli di qualsiasi pubblica amministrazione. E questioni quali il cosiddetto CLOUD Act americano (ben spiegato qui) appaiono più specchietti per le allodole che altro.

Rischio strategico e tecnologico

La realtà e che ci troviamo di fronte ad un progetto neo-statalista che non solo non tiene in considerazione la realtà tecnologica, ma che rischia di esporre l’Italia a rischi enormi, sia in ottica di arretratezza della PA che dal punto di vista geopolitico.

L’utilizzo esclusivo da parte della PA di un cloud nazionale, oltre a lasciare la PA almeno dieci anni indietro in termini di innovazione e sicurezza, lancia un messaggio terribile agli investitori esteri: in Italia non siete i benvenuti. Non una novità si direbbe, se non fosse che quegli stessi investitori – AWS, Google e Microsoft – hanno lanciato o annunciato oltre 4 miliardi di euro di investimenti in infrastrutture cloud nel nostro Paese, ricevendo il plauso proprio del presidente Conte, del Ministro Pisano e anche del Ministro Luigi Di Maio.

Ma dopo il plauso, ecco invece il rifiuto di uno Stato che da regolatore e arbitro si erge a giocatore perdendo la possibilità di, ad esempio, imporre regole e richieste alle Big Tech, con ritorni in termini di occupazione, innovazione e credibilità. Ma questo vorrebbe dire perdere il treno del Recovery Fund, su cui sono in corso ragionamenti da parte di alcuni che farebbero rizzare i capelli al primo ministro olandese, il frugale Rutte. Solo che quei soldi dovrebbero servire per ricostruire un’economia distrutta dalla pandemia come dalle scellerate decisioni degli ultimi anni, e non per intervenire laddove ha investito in abbondanza, garantendo servizi e sicurezza massimi ad aziende, cittadini e amministrazioni.

Protezionismo e conseguenze

Un rifiuto rischioso in termini anche di relazioni internazionali. Mentre invece il Governo dà il via libera – cercando di tenerlo segreto – alla tecnologia 5g di Huawei, dice agli investitori americani (ricordiamo di essere alleati con gli USA da 75 anni) che per loro non c’è spazio per lavorare con la PA italiana in quanto, di fatto, considerati “non sicuri”. Una scelta protezionistica molto forte, che nessun altro Paese europeo ha deciso di seguire. Checché se ne dica in Italia infatti, il progetto franco-tedesco Gaia-X non è mirato alla costruzione di infrastrutture ma di regole e standard (non per niente i cloud provider USA ne sono parte).

La scelta del Governo giallorosso (Movimento 5 Stelle e Partito Democratico) rischia invece di mettere nei guai il Paese: laddove abbiamo infatti visto degli attriti con gli Stati uniti sul tema Digital Services Tax, l’esclusione palese di aziende americane dal mercato della PA potrebbe creare una reazione – chiunque sarà il presidente in carica dal 2021 – con impatti senza precedenti sulle esportazioni verso gli USA (nostro terzo partner commerciale dopo Francia e Germania, col 9,2%) o su business italiani con forte presenza in America come Leonardo ed Enel, in quanto segnale di una guerra commerciale dichiarata unilateralmente. Cui prodest?