Big Tech, il Piano Italia [MF]

Amazon, Google e Microsoft investono per superare quota 2,5 mid di ricavi nel Paese. Con strategie diverse mirano a conquistare consumatori, imprese e istituzioni. Con un occhio al cloud nazionale Big tech, il Piano Italia

I colossi tecnologici americani hanno lanciato la campagna d’Italia. Mentre la cyber-guerra fra Stati Uniti e Cina minaccia di spaccare in due il globo informatico, Amazon, Google, Microsoft (e in misura minore Apple e Facebook) stanno investendo nel Paese per conquistare quote di un mercato di grande prospettiva. Sotto la guida di Silvia Candiani, Microsoft ha annunciato a maggio un progetto in 5 anni da 1,5 miliardi di euro per promuovere utilizzo del cloud, digitalizzazione e smart working. Due mesi più tardi Google ha presentato un programma anch’esso quinquennale da 900 milioni di dollari per accompagnare le pmi nella trasformazione tecnologica. A metà luglio, infine, Amazon ha varato il Piano Italia, affidato all’ad Mariangela Marseglia, per accelerare l’approdo sull’e-commerce delle aziende nazionali. Per anni del resto l’Italia è stata la Cenerentola delle economie avanzate, con un tasso di digitalizzazione di gran lunga sotto la media europea anche per via di infrastrutture obsolete. La crisi pandemica ha cambiato forse per sempre abitudini di consumo, produzione e relazione, costringendo alla tecnologia consumatori, imprese e istituzioni pubbliche.

Forte dei 209 miliardi del Recovery Fund, inoltre, il governo vuole modernizzare il Paese, investendo su reti, cloud e industria 4.0. Così l’arretratrezza tecnologica dell’Italia si è trasformata in un’opportunità di espansione per i giganti d’Oltreoceano, sempre in cerca di mercati non saturi. Per la campagna d’Italia Apple, Amazon, Facebook, Google e Microsoft hanno escogitato strategie diverse con obiettivi diversi.

L’attenzione di Apple è rivolta al consumatore finale, attorno al quale viene costruito un ecosistema chiuso di prodotti e servizi, con rare concessioni alle collaborazioni industriali. Di segno opposto il modello sposato in Italia da Google, che, dopo aver stretto a marzo un’alleanza con Tim per il cloud, nei giorni scorsi ha siglato un accordo con Unicredit per aiutare le pmi a sviluppare siti di e-commerce. In futuro, chissà, Google potrebbe offrire anche prestiti alle aziende medio-piccole tramite istituti di credito partner, ripetendo il percorso già compiuto in India, dove spesso le big tech americane sperimentano soluzioni e servizi destinati prima o poi all’esportazione in altri mercati.

Amazon mira invece ad attrarre gli imprenditori sulla propria piattaforma tramite la quale già 14 mila pmi hanno venuto prodotti all’estero per un giro d’affari di 500 milioni. L’obiettivo principe di Microsoft pare infine quello di accreditarsi come big tech di riferimento per le istituzioni pubbliche, specie nel cloud e nella didattica a distanza/digitale, settori di grande avvenire e di altrettanta influenza, anche culturale. A luglio, per esempio, il ministero dell’Istruzione ha spostato le email istituzionali della scuola italiana sulla piattaforma Office 365 di Microsoft. In passato, poi, la società ha accompagnato sulle nuvole, fra gli altri, il Comune di Milano, la Corte dei Conti, l’Inail, l’Inps, i ministeri della Giustizia e del Lavoro. E non fa mistero di ambire a lavorare con il governo e il ministro dell’innovazione, Paola Pisano, al progetto, ancora nebuloso, di un cloud nazionale, come dimostra la decisione di costruire un data center di Microsoft Azure a Milano.

Probabilmente, però, quello di Redmond non sarà il solo colosso Usa a proporsi per un’eventuale joint-venture sul cloud italiano fra pubblico e privato. Sia Google sia Amazon hanno aperto regioni cloud nel Paese, il che comporta la localizzazione dei server e dei relativi dati sul territorio nazionale. Ciò dovrebbe mitigare i timori del governo circa la sovranità sui dati. Come dimostrato da una recente indagine del Supervisore europeo perla protezione dei dati sull’utilizzo dei prodotti e servizi Microsoft da parte delle istituzioni di Bruxelles, però, il diavolo si nasconde nei dettagli dei contratti, che spesso lasciano troppa discrezionalità alle big tech nel trattare, esportare e utilizzare i dati raccolti.

Fonte: Francesco Bertolino, Milano Finanza